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Castello di Naro

Naro è “il castello dei Siccardi”, una potente fortezza, simbolicamente innalzata a estrema difesa contro il comune di Cagli prima e contro i conti di Urbino, i Montefeltro, dopo.

Ma chi erano i Siccardi? Era un’antica e potente famiglia guelfa, citata nelle cronache già dall’XI secolo: addestrati all’esercizio delle armi, i suoi membri custodivano diverse fortificazioni tra Cagli e Piobbico e avevano dominio su ampie terre.

Ubicato su un'aspra altura che domina la vallata del fiume Candigliano, a 417 m s.l.m., il castello si erge isolato sulla roccia, in posizione strategica e a controllo di un’importante via di comunicazione, che in antico era il passaggio per la Massa Trabaria.

Nei primi anni del XIII secolo le mire espansionistiche del vicino libero comune di Cagli toccarono anche Naro: il castello per la sua posizione strategica poteva diventare un’importante fortezza di controllo del territorio comunale (oltre a garantire reddite fiscali al comune).

Nelle estati degli anni 1217 e 1219 Filippo, Angelo e Rainaldo Siccardi sono costretti a sottomettere il castello di Naro ed altri loro castelli al comune di Cagli. Rainaldo chiese al comune, in cambio della fedeltà dei propri castelli, la carica di Podestà (per un anno) e diversi denari, più grano, vino, legna e una degna abitazione nel centro della città.

Ma il patto di convenienza tra i Siccardi e Cagli durò ben poco. Qualche anno più tardi Filippa Siccardi, feudataria del castello di Naro, riaprì, sua sponte, le ostilità contro il comune.

Filippa non potè resistere che pochi anni contro la schiacciante forza di Cagli. Già nel 1227 Cagli poteva reintegrare nel proprio distretto i castelli di Bosso, Valveduta,Castiglione, Frontone e ….…Naro.

Ma Filippa aveva resistito fino all’ultimo assedio e restituì al comune di Cagli castelli piuttosto malconci. La resistenza era stata talmente forte che il comune di Cagli, nel timore di subire altre rappresaglie, la obbligò a non risarcire le proprie fortezze danneggiate.

Nel XIV secolo il castello non è più in mano ai Siccardi, ma è di proprietà della famiglia Mastini, una famiglia di guerrieri, la cui origine si fa risalire al 1162 quando l'Imperatore Federico di Svevia ebbe a conquistare Cagli.

Nel 1388 signore del castello è Nolfo Mastini, cagliese di parte ghibellina, capitano delle milizie del Conte Antonio di Montefeltro, nonché marito di Calepretissa, sorella dello stesso Conte Antonio.

Non si hanno altre notizie sul castello di Naro e le sue vicissitudini fino alla seconda metà del XVI secolo, quando ormai il castello appartiene alla famiglia Berardi, altra nobile casata cagliese, che vanta tra i suoi antenati un cardinale, il Cardinale Berardo Berardi, nominato dal Papa Nicolò IV, e in mano alla famiglia Berardi rimarrà fino ai primi anni dell’800. Oggi il castello è di proprietà privata, acquistato dalla famiglia Stocchi di Urbania.

L’archeologia

 

A seguito dei nuovi restauri nel castello, iniziati nel 2008, e grazie alla lungimiranza del nuovo proprietario, nello stesso anno è iniziato anche lo scavo archeologico. Lo scavo è stato eseguito tra il 2008 e il 2010 dall’insegnamento di Archeologia Medievale dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, in accordo con la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche.

Questo ha riguardato non la rocca, che ha subito negli anni restauri molto invasivi, che in parte ne hanno sconvolto la struttura originaria, ma l’area antistante, la corte del castello, area che si presentava invece ancora integra, e che avrebbe sicuramente permesso di ricavare nuovi dati sulla struttura planimetrica del complesso abitativo e sulle varie fasi dell’insediamento

L’indagine archeologica ha individuato circa 28 ambienti (abitazioni, botteghe, magazzini, granai, stalle, forni, fienili, cisterne), che si distribuiscono in maniera concentrica, divisi su due isolati serviti da due strade parallele attorno al nucleo centrale e sommitale del castello, ossia la residenza signorile.

Tutti questi ambienti, conservati solo per pochi filari di altezza, sono di forma ed estensione diversa tra loro, ma generalmente rettangolare, composti in prevalenza da una sola stanza al piano terra, dotata di piano pavimentale in terra battuta e molto probabilmente da un’altra al piano primo, munita di strutture lignee conficcate nel piano di roccia sottostante, come lasciano pensare le varie buche di palo riscontrate all'interno degli ambienti stessi. Della presenza di queste strutture lignee è possibile trovare riscontro nello strato di cenere che è stato individuato in tutte le aree di scavo, molto probabilmente il risultato della combustione, in seguito ad un incendio, dei solai lignei posti tra piano terra e primo piano.

Questi ambienti erano tutti dotati di porte di accesso, che si affacciavano direttamente sulla strada che le serviva, porte dotate di soglia in pietra e rialzata rispetto al piano stradale.

La luce esterna entrava attraverso piccole finestre strombate poste sulle facciate, che si affacciavano lungo la strada che serviva l'isolato su cui gli ambienti stessi sorgevano.

Tutti questi ambienti sono addossati gli uni agli altri in una sorta di schiera, realizzati in muratura composta da blocchi di pietra di piccole e grandi dimensioni e legati tra loro da calce. Scavati direttamente nella roccia e utilizzando la roccia risparmiata come pareti degli ambienti, integrandole dove necessario con murature. La loro copertura era in coppi.

Per le caratteristiche architettoniche emerse e per i materiali rinvenuti, lo scavo ha permesso di inquadrare il primo periodo di vita del castello in quello che viene definito il “secondo incastellamento”.

Il cosiddetto “secondo incastellamento” è un fenomeno che avviene tra il tardo XII e il XIV secolo, quando alcuni castelli assunsero in maniera più marcata, rispetto al periodo precedente, una funzione egemone negli equilibri del popolamento rurale e andarono più articolatamente definendo le proprie strutture urbane.

         Oggi l’area archeologica è stata messa in sicurezza ed è visitabile su richiesta al proprietario.